venerdì 1 settembre 2017

... GIRA GIRA L'ELICA ROMBA IL MOTOR QUESTA È LA BELLA VITA DELL'AVIATOR ...

Tratto Da:  Aeronautica Mensile Aprile 1984

LE AVVENTURE DEL CIELO

... GIRA GIRA L'ELICA ROMBA IL MOTOR QUESTA È LA BELLA VITA DELL'AVIATOR ...

di Romolo Ballestra



Sono della classe 1909 e in questi ultimi anni di pensionato ritorno sovente con il pensiero a quella che fu la mia passione: l'Aviazione. Nel 1917 la mia famiglia abitava nella Val di Chiana ed a Foiano della Chiana (Arezzo) esisteva un Campo Scuola. Qualche volta vedevo i piloti, vestivano l'uniforme dell'Arma di origine, ma avevano come distintivo una bella elichetta d'aeroplano dorata, appuntata sul fregio del berretto. Li ammiravo molto. Nel 1925 mio padre andò in pensione e ci ritirammo ad Ancona.
Non mancavo mai di andare all'Idroscalo quando arrivavano gli idrovolanti, restavo lungamente a guardarli, ad osservarli nei loro particolari, ma soprattutto sognavo una cosa straordinaria: diventare pilota. Finalmente nel 1926 uscì un avviso di arruolamento per Sottufficiali Piloti nella R. Aeronautica ed io ne avevo i requisiti. Pertanto domandai a mio padre che mi facesse la domanda, l'autorizzazione ed i certificati. « No - mi rispose - è troppo pericoloso, vuoi andare a morire?», Ma io non desistetti e per due mesi assediai mio padre e mia madre con le mie insistenze, il momento favorevole era l'ora del pranzo e i miei genitori mangiavano bocconi amari, finché mio padre esasperato mi gridò: « Basta! Ti farò la domanda e il resto». Fu tutto fatto in regola e la domanda spedita, ma un giorno mio padre aprì con la chiave la cassetta delle lettere, ne ritirò la convocazione della R. Aeronautica, se la mise in tasca e non disse niente a nessuno. i giorni passavano ed ora a tavola mi lamentavo che la « chiamata» non arrivava. Mio padre taceva. Qualche volta insinuava: « Devi pensare che è molto difficile entrare nell'Aviazione »,

Nel frattempo uscì un avviso di arruolamento per la R. Marina e il mio astuto padre mi disse: « Aspettando che ti arrivi la chiamata per l'Aviazione, fai la domanda per la Marina, se non potrai entrare nell'Aviazione potrai arruolarti nella Marina». Lo accontentai e per cinque anni feci il Timoniere nella R. Marina.

Nel 1935 mio padre morì ed ereditai le sue economie. Ne approfittai subito per iscrivermi alla Scuola di pilotaggio dell' Aeroclub di Ancona. Ma mi occorreva anche il tempo disponibile per frequentare la Scuola ed io dovevo rispettare l'orario d'ufficio dove ero impiegato.

I miei superiori non volevano derogarne, ma io insistetti, mi destreggiai, ed ottenni di compensare il tempo perduto la mattina, lavorando la sera fino a notte tarda. Ma le difficoltà maggiori erano sul Campo di Falconara che solo per una piccola pioggia si trasformava in una distesa di fango denso e colloso. Le ruote dell'AS-1 scagliavano quel fango sull'elica, che si spaccava. Ne cambiammo tre.

la R. Aeronautica trasformò l'hangar in un suo deposito e mise alla porta il nostro apparecchio. L'istruttore lo ricovero nell'hangar per dirigibili di lesi. li tempo perduto era enorme. Decisi di passare alla Scuola di Ravenna. Battagliai di nuovo con i miei superiori ed ottenni che per tutto il tempo che sarei stato assente mi sarei fatto rimpiazzare da un disoccupato al quale passavo la mia intera paga. Nella Scuola di Ravenna con un Breda 15-S ottenni il brevetto di pilota civile di 1° grado il 21 marzo 1936. Feci subito domanda alla R. Aeronautica per conseguire il brevetto militare. Fui richiamato ilI" giugno 1937 e assegnato alla Scuola di Cameri. Ottenuto il brevetto, passai per allenamento alla 113" Squadriglia O.A. Il Campoformido. Cercai di restare in servizio ma non era possibile ed il 30 novembre 1937 fui messo in congedo.

Nei primi mesi del 1938 la R. Aeronautica arruolava Sottufficiali Piloti per l’A.o.I. ma: « con mansioni di governo e trattamento economico relativo ». Feci senza gioia, la domanda ed il 3 maggio 1938 m'imbarcai per l'Africa. Ma il cuore non c'era, non ero un vero pilota e ne soffrivo, la disciplina ne risentiva.

Arrivò il lO giugno 1940, a Gura venne istituita una Squadriglia Scuola per allenare i piloti richiamati e quelli in servizio con mansioni di governo, per poi passare alle Squadriglie Operative. Ma venni a sapere con amara sorpresa che alcuni piloti con mansioni di governo, tra i quali anche io, facenti parte del Comando Settore Nord sarebbero rimasti in ufficio, ed avrebbero percepito ugualmente l'indennità di volo. Questo non era nel mio ideale, quindi andai subito dal Comandante del Reparto Servizi e gli dissi che volevo andare alla Squadriglia Scuola. L'Ufficiale, un brav’uomo che conoscevo bene, mi rispose: « La prendi l'indennità di volo?"

“Sì" - « Resta tranquillo dove sei ». Insistetti, ma non ottenni nulla. Dovevo puntare più in alto. Sull'attenti, con un bel saluto, fermai il Colonnello, che curvò un po' la sua alta persona per ascoltare il Sergente. Fu gentile, sorrise, e il dialogo [u il medesimo. Allora giuocai l'ultima carta: mi munii di un foglio di carta bollata da tre lire e lo intestai: « Al Comando... ecc. ecc.". Rispettosamente ma con fermezza rinnovai la mia domanda, scrivendovi che ero pilota e volevo combattere come pilota. Lo portai al Comandante del Reparto Servizi. L'anziano Capitano, un po' divertito, un po' imbarazzato, mi disse paternamente: « Ma ti rendi conto di quello che fai?". Ma tenni duro e cortesemente sorridendo anche io della mia trovata. ribattei: « Ho fatto una regolare domanda in carta bollata, desidero che faccia il suo corso". - « Va bene". rispose paziente. Due o tre giorni dopo il testardo Sergente venne spedito alla Squadriglia Scuola,

Arrivai a Gura quando la maggior parte dei piloti era già stata istruita, ne restava un modesto gruppo. In verità in A.o.I. non c'era molto bisogno di piloti: i pochi S79 avevano i loro piloti di carriera e noi richiamati, un po' anziani, eravamo destinali a fare i secondi piloti sui vecchi Caproni 133. La Squadriglia Scuola sonnecchiava, i doppi comandi (quando si facevano) si prolungavano nel tempo, noi eravamo gli ultimi da istruire ed era logico che partiti noi la Squadriglia Scuola non aveva più ragione di esistere, e questo non era negli interessi di certe persone. Si trovava la scusa che non eravamo pronti. Passavano i giorni, le settimane ed anche i mesi, finché un giorno il Comandante, un Tenente richiamato, ebbe un incidente e dovette restare lungamente in cura. Arrivò un momento che non ne potei più: andai al Comando e domandai di parlare al Comandante dell'Aeroporto,

Il Colonnello Brach-Papa mi ricevette facilmente. Seduto dietro scrivania, serio, attento, mi ascoltò senza mai interrompermi e quando ebbi finito mi disse con tono deciso

“ Domani mattina ti provo io, fai preparare l'apparecchio e quando sarai pronto fammi avvertire “ “Grazie Signor Comandante".

La mattina dopo, all'ora dell'inizio dei voli era tutto pronto. Feci avvertire il Colonnello. Venne subito, Montammo  a bordo, ma i suoi galloni mi impressionavano non poco. Decollai feci il mezzo giro e mi presentai con precisione all'atterraggio, ma al momento di richiamare sentii resistenza  nel volantino, detti un colpo d'occhi; a sinistra e vidi le mani del Colonnello che stringevano con forza il suo volantino, io intimidito, non insistetti troppo sul mio, cosicché l’atterraggio lo fece più lui che io. Rullai fino alla Squadriglia, ero disperato Quando il motorista arrestò i motori e si poté parlare, attesi la sentenza. Ma il Colonnello forse lesse l’angoscia sul mio volto, mi tranquillizzò: “ Non c'è male, ma sarà meglio che tu faccia ancora un paio di doppi comandi, dopo, riproveremo_ - « Grazie Signor Comandante". Feci quanto ordinato e due giorni dopo riprovammo. Ma questa volta pilotai con decisione, pensai fermamente che ero io il pilota e alla fine il Colonnello mi disse: « Bene, puoi andare in Squadriglia". - “Grazie Signor Comandante ».

L’11 gennaio 1941 fui assegnato alla 18a Squadriglia di Ca 133 a Dessie. Feci il viaggio con un altro Sergente Pilota richiamato che una volta mi disse tristemente: « Non me la sento di morire su un Caproni ». Non gli risposi, io mi accontentavo di  un Caproni.

In Squadriglia feci l'allenamento Poco dopo gli Inglesi iniziarono 1’offensiva decisiva che doveva portare alla caduta dell’A’O.I. e noi ricevemmo l'ordine di bombardare la colonna nemica che scendeva dal Nord. La 18a Sq. radunò le sue ultime forze: tre apparecchi. lo ero il Secondo Pilota del Capo formazione, il Tenente Pasetto. Ci portammo ad Asmara che doveva essere la nostra base operativa e il giorno dopo decollammo da quell'Aeroporto carichi di bombe. Il Tenente mi passò i comandi, mi dette la rotta e la quota: 900 metri. Ero contento: ero pilota in missione di guerra, dopo tanti anni e tanti ostacoli, avevo realizzato il mio sogno. Giunti sull'obbiettivo l'Ufficiale riprese i comandi e fece sganciare. Non ci fu reazione nemica e la missione terminò senza storie.

La mattina dopo, 22 gennaio 1941, ci rendemmo al Campo, caricammo a bordo le bombe e pompammo a mano la benzina dai fusti, i motoristi provarono i motori e attendemmo gli Ufficiali. Il tempo era magnifico, il cielo di un blu purissimo, ed i 2300 metri d'altezza di Asmara mitigavano il torrido sole d'Africa. Arrivarono gli Ufficiali che dettero l'ordine di mettere in moto. Si appartarono, spiegarono la carta su di un supporto di fortuna e la studiarono, i loro visi erano molto seri.

Decollammo. Nell'apparecchio di destra c'era il Tenente Nicoletti e il Sergente Belcaro, in quello di sinistra l'Ufficiale e il Sergente Dichiano. Noi avevamo un Capitano Osservatore. Non ricordo alcun altro nome. Arrivati sopra Agorat facemmo qualche giro per attendere due CR 42 che decollavano da quell'Aeroporto per scortarci. Riprendemmo la nostra rotta, quota 900 metri, i due caccia erano a 2000 metri sopra di noi, ma non arrivammo sull'obbiettivo. Poco dopo l'Ufficiale Osservatore si precipitò, incastrò la sua corpulenza fra noi due piloti e fece segno al Tenente di guardare giù a sinistra. Passò qualche istante e una nutrita raffica di traccianti, dal basso passò davanti a noi, qualche istante ancora e vidi sfrecciare le sagome di due « Hurricane ». Nella mia testa sorse istintiva un’ idea: « Questa volta è la fine ». ma questa fine non mi spaventava, non c'era nessuno che mi avrebbe pian/o, avevo così voluto per perseguire libero la mia passione per l'Aviazione. Il Tenente fece sganciare, riprese i comandi e virò per tornare indietro. Gli Hurricane ci attaccarono in coda, il Caproni di sinistra precipitò in fiamme, quello di destra colpito, picchio da matto e sparì. Il Tenente Pasetto picchiò un po' ed io tirai a fondo le manette del gas, guardai la lancetta del tachimetro che avanzava ma a 175 Kmh. si fermò, il Capitano Osservatore si avvicinò a noi e ci fece vedere un polpaccio squarciato. Eravamo rimasti soli, ma il nostro marconista era bravo, sparava con la Lewis e cambiava i caricatori a velocità disperata. Gli « Hurricane » ripassarono all'attacco, centrarono i serbatoi, che nel "Ca 133" erano attaccati al soffitto della carlinga, ne uscì un fiotto di benzina che inzuppò il motorista. Inondò il pavimento e uscì dai portelloni e da tutti i buchi che trovò. Per miracolo non ci fu incendio. L'ultimo attacco fu terribile, gli « Hurricane . volevano la vittoria sul vecchio Caproni che volava ancora, la raffica c'investì un po' sulla destra, dalla mia parte, vidi passare vicinissime le traccianti, sentii attorno a me l'impatto dei proiettili sulle parti metalliche dell'apparecchio, mi rannicchiai sul seggiolino per ridurre il bersaglio e attesi i colpi nella schiena. Poi, quasi con stupefazione subentrò la calma. Se ne erano andati. La nostra scorta era intervenuta, ma gli « Hurricane » più veloci, desistettero.

Planammo verso Agordat, il motore destro colpito si arrestò, le ruote erano bucate e il Caproni atterrò sui cerchioni con un rumore di ferraglia. Scendemmo, la paura era stata grande, il motorista raccolse un pugno di terra ed alzandolo in alto gridò: « Ragazzi, questa è terra, questa è terra! », Quasi subito atterrò anche il Tenente Nicoletti ed arrivò un'ambulanza che raccolse i feriti. Ma ai compagni avevo una domanda da fare: durante l'attacco per un momento avevo visto in basso un punto molto luminoso che scendeva lentamente, che cosa era? La risposta fu penosa. Era uno specialista dell'apparecchio incendiato che si era anche lui inzuppato di benzina e lanciandosi aveva preso fuoco, bruciando, scendeva lentamente appeso al paracadute.

Ritornammo a Dessié via terra, ma la 18° Squadriglia non aveva più alcun apparecchio. Con essa finiva anche la mia vita di pilota.

Il destino conduce il volente, trascina il non volente.

(Ducunt volentem fata, nolentem trahunt).

Il destino mi aveva condotto attraverso tanti ostacoli e tante difficoltà fino alla mèta e mi aveva conservato la vita.


Romolo Ballestra


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